Sunday, July 09, 2006

Riflessioni sulla convivialità

Avvicinarsi al regno animale ed alla natura, osservandone i rapporti col regno umano, conduce alla possibilità di soppesare il valore degli interessi conviviali di tutto l’organismo sociale. Se possiedi un cane, sai probabilmente che vi è più amore nei cani che negli umani, e convivere con gli animali è a volte più facile rispetto al convivere con i nostri simili. Come mai?
Le seguenti riflessioni sull’umana convivialità sono dedicate a tutti coloro che per un motivo o per l’altro si sentono oltraggiati da uno Stato, controllato dai signori del bestialismo materialistico pratico, occidentale ed orientale, che tengono in mano le sorti dei cittadini di tutto il pianeta.
Premesso che la convivialità è opera esclusiva di persone in grado di motivare la giustezza dei mezzi usati (non secondo l’ottica del fine che giustifica il mezzo ma secondo quella che ogni mezzo ingiusto rende iniquo il fine giusto) e capaci di opporsi:

1°) alla corruzione del linguaggio quotidiano;
2°) all’idolatria della scienza;
3°) ed alla svalutazione delle procedure formali mediante le quali vengono prese le decisioni sociali (senza quest’opera il costo della difesa dello status quo non può che salire vertiginosamente determinando esclusivamente scontento, deprofessionalizzazione e progressiva depressione economica);

premesso tutto questo, l’avvicinarsi al collettivo PER LA CONVIVIALITÀ DI TUTTI è un bisogno universale, spirituale e materiale, di ogni essere umano.
Questo bisogno di interazione con gli altri è benefica comunione se capace di offrire continua sicurezza, così come per esempio è rassicurante sapere che il nostro frigorifero è pieno, o che vi sono persone che si occupano di noi, per cui possiamo contare su un buon gruppo di amici, colleghi, compagni, ecc., interagenti con altri, anche per vedere se le rispettive esigenze si incontrano.
Senza il soddisfacimento di tale comunione, nascono sostituzioni compensative, surrogati insoddisfacenti che sfociano poi nella dinamica alienante della rimozione psicologica: come la carenza di amore per gli animali (vedi ad es. l’uso delle cavie per gli esperimenti scientifici) genera eccessi di amore per gli animali diventando animalismo, sovvertendo così i relativi valori e bisogni, così la carenza di comunione fra la gente diventa comunismo. Nella misura perciò del sovvertimento dei valori e dei bisogni universali umani, la comunione diventa comunismo. I principi di qualsiasi relazione sono allora stabiliti in modo inverso: si decide in un senso o nell’altro in quanto i principi non si incontrano, scattano le divisioni, e nasce l’esigenza della “rivoluzione”. Ma la rivoluzione per la convivialità può generare sangue?
La capacità di riflettere sugli interessi conviviali è infatti pure facoltà di prendere una decisione netta di fronte ai principi dei nostri simili: o ci si incontra coi nostri principi oppure non ci sarà relazione.
L’osservazione spregiudicata di un ordinamento legislativo permette di distinguere fra comunione e comunismo nella misura in cui nell’enorme quantità di leggi sulla produzione, ce ne sia almeno una, in grado di garantire giuridicamente al cittadino il godimento dei beni. Infatti, fra produzione e godimento dei beni vi è necessariamente un rapporto funzionale, dato che se io non sono certo di godere del risultato di una mia attività, il mio incentivo a produrre viene meno.
La condizione essenziale per instaurare qualsiasi procedimento produttivo è ovviamente la certezza del diritto. Se però non solo non vi è neanche una legge che garantisca il godimento dei beni, ma tutta la legislazione inibisce al cittadino la proprietà dei mezzi di produzione, tale certezza viene meno, e di fatto tutto concorre ad espropriare il cittadino a favore dei governi. E dato che in un organismo sociale non può esistere un patrimonio senza proprietario, delle due l’una: o la proprietà è dei cittadini, oppure è dei governanti: non può essere dello Stato, inteso come pura astrazione, poiché i fantasmi non esistono!
È paradossale che proprio là dove vige il materialismo, si finisca poi per credere ai fantasmi. Ma è la verità.
Il paradosso del materialismo, tipico della cultura di Stato, consiste infatti nell’arrivare ad un’immagine indefinita e nebulosa dello Stato stesso.
Questa è l’osservazione più importante che puoi fare come cittadino per sviluppare al massimo la tua sovranità, che è in realtà tuo potere genetico connesso al diritto alla vita. Il diritto alla vita che l’animalismo reclama per gli animali, dovrebbe essere attribuirlo anche all’uomo. Ma non è così.
Infatti ogni tentativo riflessione materialistica degli interessi conviviali, deve necessariamente cominciare con la formazione di nostri pensieri sugli oggetti osservabili. Iniziando col pensiero, per es., della proprietà materiale o con quello dei processi materiali di produzione (o col pensiero di qualsiasi altra materia), abbiamo già di fronte due distinti gruppi di fatti: il primo è quello degli oggetti del mondo materiale, il secondo è quello dei pensieri immateriali sul primo. A questo punto cosa fa (consciamente o inconsciamente) il materialista, o il legislatore materialista, o il politico materialista? Per eliminare i pensieri immateriali, dato che essi disturberebbero la sua concezione materialistica del mondo (scrupolosamente poggiante sull’oggettività scientifica per cui è reale ciò che è materialmente percepibile, e di cui si possa legittimamente dire “prendo atto”), egli cerca di comprenderli, attribuendo al pensare la facoltà di prodursi nel cervello, esattamente come attribuisce al digerire quella di prodursi nell’intestino, cioè concependo i pensieri come processi materiali. Cosa succede allora? Succede che attribuendo alla materia proprietà meccaniche e organiche, il pensatore (o il legislatore) materialista attribuisce alla materia anche la capacità di pensare, senza accorgersi che, così facendo, non fa che spostare il problema: invece che a se stesso, attribuisce la capacità di pensare alla materia. Ed eccolo ritornato al punto di partenza: com’è che la materia può pensare sulla propria natura, non accontentandosi di accettare senz'altro la propria esistenza?
Ecco perché salta fuori poi la cosiddetta “persona giuridica”, cioè lo Stato fantasma, formato da uomini fantasma senza sangue e senza carne: attraverso il materialismo distogliamo lo sguardo da un soggetto determinato, dal nostro proprio io, ed attribuendolo ad una “persona giuridica” da noi creata sulla carta, arriviamo ad un'immagine indefinita e nebulosa, ritrovandoci di fronte lo stesso enigma di partenza. Come fa un contenuto cartaceo a svilupparsi per esempio economicamente?
Certamente il legislatore crea leggi scientificamente esatte atte a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscano lo sviluppo. Però di fronte alle persone di carne e di sangue è costretto a chiamarle “persone umane”, come se esistessero anche persone non umane!
E di fatto è così! Le persone non umane esistono, ma le ha create lui: le persone non umane, o le persone senza contenuto umano, o le persone di carta, sono infatti create con la denominazione “persone giuridiche”! Qui però vi è un sovvertimento, dato che l’io umano è trasformato in un “non-io” cartaceo (“non-io” in quanto la carta non può avere un “io”). Allora vi è qui una vera e propria deformazione pregiudiziale di ogni valore!
Proviamo allora a verificarlo nei fatti.
L’Art. 3 della nostra Costituzione infatti recita: "[…] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana […]”. Delle due l’una: o la parola “umana” è una precisazione inutile, oppure è la prova che per il legislatore esistono anche persone senza contenuto umano, dunque fantasmi. La creazione dello Stato fantasma è dunque la dimostrazione che la concezione materialistica non può risolvere il problema, ma solo spostarlo: lo Stato di uomini di carne e sangue è inteso come Stato di persone giuridiche cartacee. Infatti, là dove vi è sovvertimento o deformazione dei giudizi di valore, si generano i paradossi del materialismo, tipico delle scuole di Stato.
L'art. 6 del capitolo 1° della costituzione sovietica, affermava, per es., la seguente norma: “La terra, il sottosuolo, le acque, i boschi, le officine, le fabbriche, le miniere, le cave, i trasporti ferroviari, acquei ed aerei, le banche, i mezzi di comunicazione ecc., sono di proprietà dello Stato”, ed anche a questo punto dell’art. 6 il legislatore precisava: “cioè patrimonio di tutto il popolo”. Ma se è necessario precisare dove è facile confondere, perché deve essere necessario distinguere dove la distinzione non dovrebbe essere necessaria?
Esattamente come nell’art. 3 della costituzione italiana è percepibile l’inutile precisazione espressa nella parola “umana”, allo stesso modo nell’art. 6 della costituzione sovietica è percepibile l’inutile precisazione espressa nelle parole “cioè patrimonio di tutto il popolo”.
Queste inutili precisazioni sono infatti utili solo a generare di fatto deformazioni psicologiche, che portate alle loro estreme conseguenze, come teoria socialista, in ultima analisi NEGANO LA PROPRIETÀ AL CITTADINO PER ATTRIBUIRLA ALL'ORGANO STATUALE.
Quando infatti l'art. 6 parla di “proprietà di Stato”, intendendo “proprietà dell'organo dello Stato”, ha bisogno di coniare un nuovo termine: “comunismo”. Ciò significa che “communio”, l’antico termine latino già coniato dal diritto romano, che significa comunione, e che indica un modo di essere della proprietà privata, lì non conta più, anche se - e qui sta il paradosso - affermando che il patrimonio dello Stato è di proprietà di tutti i cittadini, si dovrebbe attribuirne la titolarità alla collettività, cioè alla “comunitas”, onde appunto “communio”!
Dunque la parola “comunismo” non significa proprietà di cittadino: perché LA PROPRIETÀ DI CITTADINO È (e non può essere altro che) PROPRIETÀ PRIVATA. E poiché le scuole comuniste negavano la proprietà privata sui mezzi di produzione, esse non potevano affermare di intendere la dizione del citato art. 6 della costituzione sovietica nel senso che la proprietà dello Stato sia di tutto il popolo, cioè di tutti i singoli individui che compongono il popolo!
Oggi si crede ancora che la parola comunismo significhi comproprietà, e su questo equivoco si regge fondamentalmente tutta la carica falsamente rivoluzionaria del comunismo e dell’anticomunismo attuali.
Il concetto di comunismo marxista è completamente differente ed antitetico, infatti, a quello di comunione, perché comunismo non è proprietà di popolo - vale a dire comproprietà fra i cittadini - ma attribuzione del potere patrimoniale al potere politico.
Quando però si va a vedere come si determini praticamente nella società comunista il modo di vivere degli individui, ci si rende conto che la distribuzione dei beni di consumo è attuata mediante l'esercizio di un potere discrezionale da parte dell'organo dello Stato, cioè da parte di chi detiene il potere politico.
Siccome la proprietà è "godimento giuridicamente protetto dei beni”, e siccome l'“organo” è costituito dalle sue cellule, “le persone fisiche che esercitano la funzione", quando si attribuisce la proprietà all'organo, si ammette l'assurdo che il componente l'organo possa godere per conto dei cittadini!
Il soppesamento degli interessi conviviali è dunque il potere di equanimità spirituale capace di sperimentare il contenuto reale dell’idea di rapporto organico che lega lo Stato al cittadino: infatti, delle due l’una: o quel rapporto è retto secondo i principi di uno Stato di diritto, poggiante su pensiero logico conforme alla realtà, oppure non ha ragione di esistere, perché altrimenti si crea schiavitù, vale a dire un rapporto organico senza funzionalità in cui non è lo Stato che serve il cittadino, ma è il cittadino che serve lo Stato.
Il “sabato per l’uomo” di cui parlava Gesù di Nazaret è allora invertito nell’“uomo per il sabato”, appunto: lo schiavo attuale.
Quando questa deformazione psicologica si determina, all'irrazionalità dell'ordinamento corrisponde, nella pratica della vita, una concezione allucinata di tutto il mondo dei valori spirituali, perché tutti i giudizi di valore vengono deformati.
Riflettere sugli interessi conviviali è dunque l’unica via per ponderare la differenza tra la posizione del cittadino e quella dell'uomo politico, fra il sabato per l’uomo e l’uomo per il sabato, fra communio e comunismo, fra patrimonio economico e proprietà giuridica, fra rapporti con persone umane e rapporti con fantasmi (“persone giuridiche”), fra convivialità reale e “facsimile” di convivialità, ecc.
È normale che in uno Stato di diritto meramente cartaceo vi siano problemi di giustizia, di libertà di pensiero, e di fraternità fasulla chiamata solidarietà.
Detenzioni ingiustificate di cittadini, imprigionati in quanto dissidenti rispetto a leggi da loro ritenute inique, esattamente come nei gulag o nei lager, diventano la norma sottaciuta da tutti coloro che lo Stato ha spaventato attraverso la carta, vedi per esempio in Italia la non giustificata detenzione - fino a prova contraria - di Francesco Pazienza.
Al cittadino spaventato e turlupinato non resta pertanto che chiamare “Ugo” il suo cane, tanto per proiettare Fantozzi fuori di sé, e percepire da esso quell’amore, che lo Stato fantasma non può dare, dato che non può nemmeno arrivare ad animarsi animalmente, essendo di carta.

1 Comments:

Blogger Sandro Pascucci said...

ciao Nereo,
un abbraccio.

sandro

3:26 PM  

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